Pensione di reversibilità spetta all’ex coniuge anche in assenza di assegno di divorzio: la decisione della Cassazione

La pensione di reversibilità può spettare anche all’ex coniuge divorziato senza assegno divorzile periodico. Una recente decisione della Corte di Cassazione amplia la tutela previdenziale e ridefinisce i criteri per l’accesso alla quota della pensione del coniuge deceduto. Il principio riguarda soprattutto i casi in cui l’ex marito o l’ex moglie abbia ricevuto un assegno una tantum al momento del divorzio.

Il tema della pensione di reversibilità, dei diritti dell’ex coniuge divorziato e delle regole applicate dall’INPS continua a generare dubbi e contenziosi.
Negli ultimi anni molte decisioni dei tribunali hanno cercato di chiarire quando il coniuge separato o divorziato possa accedere alla prestazione previdenziale dopo la morte dell’ex partner.

Pensione di reversibilità
Pensione di reversibilità e divorziati: la Cassazione cambia le regole e amplia i diritti dell’ex coniuge (Informazioneoggi.it)

La recente pronuncia della Corte di Cassazione introduce però un elemento destinato a incidere su numerose situazioni familiari e pensionistiche.
La decisione affronta il caso dell’ex coniuge che, pur non percependo più un assegno divorzile mensile, aveva ottenuto una liquidazione economica in un’unica soluzione al momento dello scioglimento del matrimonio. La questione coinvolge direttamente il rapporto tra assegno divorzile, trattamento pensionistico, diritto alla reversibilità e tutela economica dell’ex coniuge superstite. Il principio espresso dai giudici amplia l’interpretazione tradizionale della normativa previdenziale e apre la strada a una valutazione più ampia delle condizioni economiche maturate durante il matrimonio.

Cosa ha deciso la Corte di Cassazione sulla reversibilità

La Corte di Cassazione ha riconosciuto che l’ex coniuge divorziato può ottenere la pensione di reversibilità anche se non riceve un assegno divorzile periodico. La decisione riguarda le situazioni in cui il tribunale abbia riconosciuto un assegno divorzile corrisposto in un’unica soluzione, la cosiddetta liquidazione “una tantum”.

Secondo la Cassazione, questa modalità di pagamento non elimina automaticamente il legame tra l’ex coniuge e il trattamento previdenziale maturato durante il matrimonio. Il principio supera quindi un orientamento più restrittivo che collegava il diritto alla reversibilità esclusivamente alla presenza di un assegno divorzile periodico ancora attivo al momento della morte dell’ex coniuge.

Perché la decisione cambia le regole sulla pensione di reversibilità

La pronuncia assume rilievo perché amplia la tutela previdenziale riconosciuta al coniuge divorziato superstite. La pensione di reversibilità rappresenta infatti una prestazione collegata anche al contributo dato durante la vita matrimoniale e non soltanto all’esistenza di un sostegno economico continuativo.

La Cassazione valorizza il rapporto economico e personale maturato nel corso del matrimonio, considerando l’assegno una tantum come una forma di regolazione patrimoniale che non esclude automaticamente ulteriori diritti previdenziali.

La decisione può incidere su numerose controversie tra:

  • ex coniuge divorziato;
  • coniuge superstite;
  • eredi;
  • INPS.

Come funziona la ripartizione della reversibilità

Quando esistono sia il coniuge superstite sia un ex coniuge divorziato avente diritto, la pensione di reversibilità viene suddivisa.

Il giudice valuta diversi elementi per stabilire le quote spettanti, tra cui:

  • la durata del matrimonio;
  • le condizioni economiche delle parti;
  • il contributo dato alla vita familiare;
  • la situazione personale dei soggetti coinvolti.

La sentenza della Cassazione rafforza quindi la possibilità per l’ex coniuge divorziato di chiedere una valutazione concreta del proprio diritto anche nei casi di assegno liquidato in un’unica soluzione.

Il caso pratico affrontato dalla Cassazione

La controversia nasce dal ricorso presentato da un’ex moglie divorziata che aveva ricevuto un assegno divorzile una tantum. Dopo la morte dell’ex marito, la donna aveva chiesto il riconoscimento della quota di pensione di reversibilità.

I giudici hanno ritenuto che la liquidazione una tantum non bastasse da sola a escludere il diritto previdenziale, aprendo così a un’interpretazione più ampia della normativa. La decisione segna un passaggio importante nell’evoluzione della giurisprudenza sulla pensione ai superstiti e potrebbe influenzare future richieste presentate all’INPS da ex coniugi divorziati.