Presto potremmo avere una nuova cura per il Diabete, e non si tratta di un farmaco; la scoperta arriva dopo 15 anni di studi.
Negli ultimi tempi, grazie anche alla tecnologia a mRNA, la ricerca ha fatto enormi passi avanti, ma nel caso della lotta al Diabete siamo nel comparto delle potenzialità delle cellule staminali.
Oggi, per curare il Diabete di tipi 1 e 2 esistono numerose formule terapiche, e rispetto al passato sono anche migliorate le diagnosi precoci e l’approccio alla prevenzione.
Sappiamo ad esempio che il 90% delle forme di Diabete è rappresentato dal Tipo 2, quello cioè associato per lo più a obesità, iperglicemia, avanzamento dell’età e/ sedentarietà.
Il Diabete di tipo 2 viene trattato con l’adozione di uno stile di vita più salutare, e se serve anche con farmaci:
Il Diabete di tipo 1, in cui le funzioni del pancreas sono compromesse, serve invece la terapia insulinica.
Oggi abbiamo una speranza in più, grazie alla tenacia di molti ricercatori che hanno scoperto un nuovo modo di curare questa patologia.
Come accennato poco sopra, gli studi inerenti le potenzialità “salvifiche” delle cellule staminali sono in corso da decenni. Già 15 anni or sono, alcuni scienziati scoprirono che le cellule del pancreas potevano essere “convertite” in cellule produttrici di insulina, grazie a modifiche geniche.
Nel 2016, gli stessi ricercatori scoprirono che alcune cellule staminali dell’apparato gastrico potevano essere trasformate in cellule “simil-beta”, ovvero utili a secernere insulina.
Oggi, un team di scienziati della Weill Cornell Medicine, che hanno poi pubblicato i risultati dei loro studi sulla rivista scientifica Nature, hanno proseguito sull’onda delle precedenti scoperte. Ed ecco cosa è emerso.
I ricercatori sono riusciti ad ottenere cellule simili a quelle beta pancreatiche, partendo da cellule staminali dello stomaco umano e riprogrammandole. Ricreando poi in laboratorio degli “organoidi” hanno visto che rispondevano producendo insulina, grazie all’uso di queste cellule simil-beta.
Hanno poi effettuato esperimenti su animali e i risultati sono stati sorprendenti: dapprima hanno trapiantato nelle cavie questi organoidi, osservando poi che “funzionavano secernendo insulina in risposta ad aumento della glicemia e mantenendo costanti i livelli di glucosio nel sangue“.
Un ulteriore ottimo risultato è stato raggiunto osservando gli animali dopo alcuni mesi: gli organoidi continuavano a funzionare correttamente.
Questo studio apre le porte a potenziali nuove cure per il Diabete, sia per quello di tipo 1 e di tipo 2, e la speranza è che si possa presto continuare in questa direzione, salvando milioni di vite in più.
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