Pensione: per aumentare l’importo dell’assegno bastano 3 anni di contributi

Continuare a lavorare per qualche anno ha degli incredibili vantaggi. Ecco in che modo è possibile ricevere una pensione più ricca.

Lavorare anche solo 3 anni in più può avere delle conseguenze inaspettate e molto utili sull’importo dell’assegno pensionistico.

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Un anno di contribuzione non ha lo stesso valore per tutti i lavoratori. C’è, infatti, differenza a seconda della busta paga percepita nell’ultimo anno di lavoro. Influiscono, inoltre, l’età del contribuente e anche il sistema di calcolo utilizzato (retributivo, contributivo oppure misto). In ogni caso, ritardare la fine della propria carriera lavorativa risulta sempre conveniente.

Molti contribuenti, dunque, pur possedendo tutti i requisiti per usufruire della pensione anticipata (ad esempio Quota 102 oppure pensione anticipata ordinaria), continuano a lavorare, fino al raggiungimento dell’età richiesta per la pensione di vecchiaia (attualmente, 67 anni). Un’anzianità contributiva maggiore comporta l’aumento del montante contributivo, mentre un anno di età in più innalza il valore del coefficiente di trasformazione.

Vediamo, dunque, come si determina l’ammontare finale dell’assegno pensionistico.

Non perdere il seguente approfondimento, consulta: “In pensione con 31 anni di contributi: l’importo sarà soddisfacente?

Pensione: come si calcola l’importo?

Per capire i benefici economici legati al ritardo del pensionamento, è opportuno riportare un esempio pratico. Un lavoratore di 64 anni vuole sfruttare Quota 102 e, dunque, smettere di lavorare con 38 anni di contributi. Per calcolare l’ammontare finale dell’assegno pensionistico, basta conoscere l’età, l’anzianità contributiva e la retribuzione percepita (per esempio, 28 mila euro lordi).

Supponiamo, poi, che si adotti il sistema di calcolo misto, che considera i contributi versati fino al 31 dicembre 1995 con il sistema retributivo ed i contributi pagati a partire dal 1° gennaio 1996 con il sistema contributivo. Ammettiamo che il lavoratore abbia 12 anni di contribuzione fino al 1995 e gli ulteriori 26 anni dal 1996.

La prima quota, dunque, si determina col meccanismo retributivo. Si applica l’aliquota del 2% alla retribuzione annua, moltiplicata per gli anni di contributi posseduti. Si avranno, quindi, 28 mila euro (perché 2% x 12 anni); il risultato sarà 6.720 euro.

La seconda quota, invece, si calcola con il sistema contributivo. È, quindi, fondamentale il  montante contributivo; esso corrisponde al 33% della retribuzione di ciascun anno lavorativo. Il 33% di 28 mila euro è pari a 9.240 euro che, moltiplicato per 26 anni, fa 240.240 euro (l’ammontare del montante contributivo).

Su questa cifra influisce il coefficiente di trasformazione, che è differente a seconda dell’età del lavoratore. A 64 anni, ad esempio, è pari al 5,060%. Il 5,060% di 240.240 euro, dunque, da come risultato 12.156,14 euro.

Sommando, infine, le due quote (ossia 6.720 e 12.156,14 euro), si ottiene l’importo lordo di un anno di pensione: 18.876,14 euro. Dividendo quest’ultima cifra per 13 mesi, si arriva a 1.452 euro lordi di pensione al mese, circa 1.100 euro netti.

Pensione: quanto si percepisce se si lavora 3 anni in più?

Se lo stesso lavoratore decidesse di lavorare fino a 67 anni, maturando, dunque, 3 anni di contribuzione aggiuntiva (quindi 41 anni di contributi), avrebbe diritto ad un assegno previdenziale di importo differente.

Applicando lo stesso metodo di calcolo (cioè quello misto), la prima quota sarà sempre di 6.720 euro, ma la seconda avrà un ammontare decisamente più elevato. Per quale motivo? Innanzitutto, perché 3 anni di versamenti previdenziali ulteriori incrementano il valore del montante contributivo, fino a 267.960 euro. Inoltre, a 67 anni il coefficiente di trasformazione è uguale al 5,575%.

Di conseguenza, il 5,575% di 267.960 euro è pari a 14.938,77 euro. Sommando tale cifra a 6.720, si ottiene l’importo lordo di un anno di pensione, cioè 21.658,77 euro. Dividendolo per 13 mensilità, quindi, si ha una pensione di 1.666 euro lordi al mese, circa 1.350 euro netti. Come si può notare, 3 anni di contributi in più comportano un aumento dell’ammontare della pensione di 214 euro lordi.

Consulta anche il seguente articolo: “Supplemento di pensione, chi vuole un importo più alto sull’assegno pensionistico?

Il ruolo dei contributi volontari

In molti casi, per maturare il presupposto contributivo richiesto dalla legge per accedere alla pensione, si possono versare i cd. contributi volontari. Tale operazione, però non è gratuita ma comporta una spesa abbastanza onerosa. Anche in questo caso, però, il valore di un singolo anno di contribuzione cambia sulla base del tipo di contratto.

Ad esempio, un lavoratore dipendente, per versare 3 anni di contributi, spenderà 5.928 euro all’anno, dunque circa 17.800 euro in totale. Un commerciante, invece, per lo stesso periodo di contribuzione, dovrà pagare quasi 26.900 euro (cioè 8.964 euro per ogni anno di contribuzione). Un disoccupato, invece, affronterebbe una spesa di circa 33 mila euro (ossia 10.927,80 euro annui).

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