Opzione Donna: incredibile: l’importo della penalizzazione sull’importo

Opzione Donna è uno strumento molto vantaggioso se si considera la possibilità di smettere di lavorare in anticipo. Ma presenta anche dei rischi.

Opzione Donna è una modalità di pensionamento anticipato, fruibile da coloro che hanno maturato i requisiti richiesti entro il  31 dicembre 2021. Se, dunque, non sarà prorogata, non potrà essere utilizzata per il prossimo anno.

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InformazioneOggi

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ed il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, hanno, però, anticipato che lo strumento di flessibilità in uscita sarà inserito, con molta probabilità, nella prossima Legge di Bilancio. Per gli ulteriori dettagli, bisognerà attendere il testo definitivo della norma.

Le lavoratrici, tuttavia, farebbero bene a frenare l’entusiasmo perché l’accesso ad Opzione Donna ha come conseguenza il calcolo dell’assegno pensionistico tramite il solo sistema contributivo puro. Questo vuol dire che le pensionate devono fare i conti con una diminuzione non indifferente dell’importo spettante. Analizziamo la disciplina normativa e scopriamo tutti i retroscena di tale strumento.

Per ulteriori informazioni, consulta il seguente articolo: “Pensione Opzione Donna sì o no? Ancora numerosi dubbi sul rinnovo della misura“.

Come si calcola la pensione con Opzione Donna

Opzione Donna è una modalità di pensione anticipata che spetta alle lavoratrici pubbliche e private, sia dipendenti sia autonome, grazie alla quale si può smettere di lavorare con dei requisiti agevolati, rispetto a quelli ordinari per la pensione di vecchiaia o anticipata. La condizione per beneficiare di tale agevolazione, però, è che il ricalcolo dell’assegno previdenziale avvenga con il sistema contributivo.

Ed è proprio questo che spaventa coloro che vorrebbero andare in pensione tramite Opzione Donna. Bisogna, infatti, comprendere le ripercussioni sull’assegno mensile.

Per capire se conviene davvero sfruttare tale misura di pensionamento anticipato, bisogna verificare quanti contributi si possiedono prima del 31 dicembre 1995. È, infatti, tale requisito che determina la cifra della pensione. Ad esempio, se la lavoratrice possiede 35 anni di contributi continuativi, probabilmente ha pochi versamenti previdenziali antecedenti al 1996; in tal caso, Opzione Donna non dovrebbe causare una penalizzazione troppo alta. Se, invece, si hanno dei buchi contributivi dopo il 1996 e maggiori versamenti prima di questo termine, la penalizzazione sarà più elevata.

In ogni caso, prima di effettuare qualsiasi scelta circa l’interruzione della propria carriera lavorativa, è consigliabile fare un calcolo preciso, tramite il simulatore online INPS. In alternativa, ci si può rivolgere a professionisti.

A quanto ammonta la penalizzazione?

Gli elementi che contribuiscono alla determinazione della pensione sono vari. In generale, si prendono in considerazione il montante contributivo, gli anni di versamento dei contributi, le ultime buste paga e l’età  anagrafica.

Al momento della simulazione della pensione con Opzione Donna, bisogna fare attenzione a tali variabili:

  • l’età di uscita, dalla quale dipende il coefficiente di trasformazione. In base a questo dato, a parità di montante contributivo maturato e di carriera svolta, una lavoratrice che si congeda a 67 anni guadagnerà di più sulla pensione rispetto a chi smette di lavorare a 58 anni;
  • l’eventuale raggiungimento di almeno 18 anni di contributi entro il 1995, che permetterebbe il calcolo dell’assegno con il sistema misto. Coloro che, invece, hanno meno di 18 anni di contribuzione prima del 1° gennaio 1996, ottengono il calcolo retributivo solo fino al 1995;
  • la carriera lavorativa. Se, infatti, si ha una carriera lunga, costante e con retribuzioni elevate, la penalizzazione del contributivo non ha effetti molto gravi.

In altre parole, per tentare di determinare l’ammontare delle perdite a cui si andrebbe incontro con Opzione Donna:

  • più tardi si smette di lavorare e meno si perde sulla pensione futura;
  • più sono i contributi versati e maggiore è la carriera lavorativa precedenti il 1996, più importante sarà la riduzione, che, in alcune ipotesi, può raggiungere anche il 30%;
  • meno anni cadono nel sistema retributivo e minore è la penalizzazione sull’assegno pensionistico, conseguente al ricalcolo contributivo.

Le differenze tra il sistema di calcolo contributivo e quello retributivo

Per scoprire quanto si perde con Opzione Donna, è utile confrontare i meccanismi alla base del calcolo retributivo e di quello contributivo.

Il calcolo retributivo, per le lavoratrici dipendenti private iscritte all’INPS, valuta le ultime retribuzioni percepite e si divide in 2 quote:

  • quota A, determinata sulla base degli ultimi 5 anni di stipendio rivalutati e sul totale delle settimane di contribuzione maturate al 31 dicembre 1992;
  • quota B, basata sugli ultimi 10 anni di stipendio o sugli anni dal 1993 alla pensione (per chi ha accumulato meno di 15 anni di contributi al 31 dicembre 1992) e basata sul numero di settimane accreditate.

Il calcolo contributivo, invece, si effettua sulla base dei contributi effettivamente versati, rivalutati e trasformati in rendita previdenziale.

Consulta il seguente approfondimento: “Pensione Opzione Donna e contributi: le alternative poco conosciute che non fanno perdere l’assegno“.

Opzione Donna: a chi spetta?

Proviamo a fare un esempio pratico, per evidenziare quanto si percepisce andando in pensione con Opzione Donna. Una lavoratrice dipendente del settore privato ha raggiunto 37 anni e 3 mesi di contribuzione al 31 dicembre 2021, dei quali meno di 18 prima del 1996. La pensione valutata è di circa 1.200 euro lordi, cioè 1.010 euro netti, applicando il sistema misto.

Se decidesse di accedere ad Opzione Donna, la lavoratrice avrebbe diritto ad un assegno pensionistico di circa 1.100 euro lordi, corrispondenti ad un netto di 932 euro.

Per utilizzare la misura, è necessario che le interessate abbiano maturato, entro il 31 dicembre 2021, almeno 35 anni di contributi e compiuto 58 anni (se lavoratrici dipendenti) o 59 anni (se autonome). Infine, per l’uscita definitiva dal mondo lavorativo bisogna considerare il sistema delle cd. finestre mobili; esse sono di 12 mesi, per le lavoratrici dipendenti, e di 18 mesi, per le lavoratrici autonome.

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