È possibile l’integrazione al minimo dell’Assegno Ordinario di Invalidità? Sì, ma non sempre

Anche l’Assegno Ordinario di Invalidità può essere integrato al minimo, ma ci sono degli specifici requisiti da rispettare.

L’Assegno Ordinario di Invalidità è una prestazione economica previdenziale riconosciuta ai lavoratori dipendenti e autonomi, affetti da infermità fisica o mentale dalla quale deriva una riduzione permanente della capacità lavorativa di almeno i 2/3.

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Poiché l’Assegno Ordinario di Invalidità può essere riconosciuto in ogni momento della carriera lavorativa, i lavoratori con un’anzianità bassa potrebbero ricevere un assegno non ricco. Per questo motivo, esso è integrabile al minimo. Se, quindi, la cifra spettante è inferiore al cd. minimo vitale, il trattamento verrà incrementato, tramite l’integrazione al minimo.

Questo meccanismo, tuttavia, per l’Assegno di Invalidità, segue delle regole diverse, sia per quanto riguarda la determinazione dell’integrazione, sia in relazione ai limiti di reddito da rispettare. Scopriamo, dunque, quali sono le principali differenze con le altre prestazioni.

Non perdere il seguente articolo: “Assegno ordinario di invalidità: spetta anche ai dipendenti statali? La risposta stupirà“.

Assegno Ordinario di Invalidità: come agisce l’integrazione al minimo

La normativa relativa all’integrazione al trattamento minimo dell’Assegno di Invalidità è contenuta nella Legge di Revisione della materia dell’invalidità pensionabile, ossia la Legge n. 222 del 12 giugno 1984.

Ci sono, dunque, un bel po’ di differenze con l’integrazione al minimo della maggior parte delle pensioni. Nello specifico:

  • l’integrazione non è possibile se il titolare dell’Assegno non coniugato, o separato legalmente, ha un reddito personale (assoggettabile ad IRPEF) pari a 2 volte l’importo annuo della pensione sociale. Coloro che, invece, sono coniugati e non separati legalmente, devono possedere un reddito complessivo (incluso quello del coniuge) non superiore a 3 volte la cifra annua della pensione sociale;
  • i redditi da considerare sono gli stessi previsti dall’ 6 della Legge n. 638/1983. Ad essi, poi, si sommano i Trattamenti di Fine Rapporto e l’importo a calcolo dell’Assegno da integrare;
  • l’ammontare dell’Assegno integrato non può essere maggiore di quello del trattamento minimo previsto per la Gestione a cui si appartiene e la cifra della quota di integrazione non può eccedere quella della pensione sociale.

Per l’Assegno di Invalidità, infine, la legge, non consente né la cristallizzazione né la parziale integrazione al trattamento minimo, in base a quanto sancito dalla Circolare INPS n. 262/1984.

Quali redditi rilevano?

Ma quali sono i redditi da prendere in considerazione per il tetto limite? I redditi rilevanti sono quelli assoggettabili all’IRPEF, al netto di contributi previdenziali e assistenziali, eccetto il reddito della casa di abitazione. Dal 1995, inoltre, non si valuta neanche l’importo a calcolo dell’assegno da integrare.

Ricapitolando, i redditi che non vanno esaminati per l’integrazione al trattamento minimo dell’AOI sono i seguenti:

  • reddito della casa di abitazione;
  • cifra a calcolo dell’assegno da integrare;
  • redditi esclusi da IRPEF.

Consulta il seguente approfondimento: “Aumentare la tua pensione è possibile con 3 mosse a tuo favore“.

A quanto corrisponde l’Assegno Ordinario di Invalidità integrato al minimo?

Per mezzo dell’integrazione al trattamento minimo, l’AOI sale fino ad eguagliare l’ammontare del cd. minimo vitale, ossia 515,07 euro al mese.

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La normativa, invece, non consente l’integrazione parziale al trattamento minimo, cioè l’integrazione che faccia innalzare la cifra dell’Assegno di un importo inferiore a 515,07 euro mensili (in ogni caso, tale importo non può essere maggiore a quello dell’Assegno sociale).