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Finanza

I rincari energetici incidono sull’export italiano, ecco i settori e le province in crisi

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Le esportazioni si arrestano, i rincari energetici non risparmiano nessuno. Vi sono comparti e luoghi che pagano a caro prezzo questa crisi.

Il contesto, avvalorato dalla relazione statistica di Confindustria, racconta di una decelerazione decisa dell’export: dopo il boom del 2022 (+10,3%), è atteso un brusco rallentamento (+1,8%) per il prossimo anno.

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L’aggravarsi del trauma energetico mette seriamente a rischio lo sviluppo dell’export (+21% da gennaio a luglio stando ai dati Istat) che stava concedendo una boccata d’aria alle imprese italiane, minacciate dalle conseguenze della guerra, le spese energetiche e i prezzi delle materie prime ormai esorbitanti. Per non contare l’inflazione galoppante che lede gli approvvigionamenti e la speranza dei compratori.

Analizziamo questa frenata dell’export del nostro Paese.

Rincari energetici ed export, il rallentamento dei territori energivori

Si avvertono già le prime avvisaglie, il cambio di passo si nota, ad esempio, nel comparto manifatturiero. Le statistiche del Centro studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne compiute per Il Sole 24 Ore su indicazioni Istat e Terna rivelano come tra il primo e il secondo trimestre di quest’anno la marcia delle esportazione abbia intrapreso una leggera ma visibile frenata.

Un rallentamento più evidente nelle province ad alto consumo energetico. In questi territori l’export, inglobando la crescita dei prezzo e dell’inflazione, è passato da un procedere tendenziale e annuale stimato sul +22% nei primi tre mesi al +20,8% nei successivi tre (-1,2%).

Viceversa, le aree meno energivore del Paese proseguono a registrare vendite estere, segnando un andamento in aumento tra i due trimestri confrontati (+3,4%): nel primo trimestre le esportazioni sono salite del 25% in confronto al medesimo periodo dell’anno precedente, mentre tra aprile e giugno lo sviluppo ha sfiorato il +28%. Nel complesso l’oscillazione dell’export italiano dell’anno in corso può dirsi in linea di massima positiva, come ha chiarito Gaetano Fausto Esposito, economista e direttore generale del Centro Studi Tagliacarne.

Ovviamente, i comparti cosiddetti energivori rappresentano quelli maggiormente esposti, qui gli standard di export cominciano a contrarsi. I rincari energetici incidono non poco su commercio all’estero e produzione.

In alcuni casi sono cresciuti del 40 per cento, ma l’effetto finale sul prodotto esportato è di un 12-13 per cento.

Export tra voli e rallentamenti

Nella realtà del manifatturiero italiano spicca l’exploit di Ascoli Piceno. Qui sono attivi complessi farmaceutici, chimici e realizzatori di prodotti in pelle. La tendenza delle esportazioni della provincia è salita del 330,6% nel corso dei primi sei mesi dell’anno, toccando traffici per circa 3 miliardi di euro nel secondo trimestre 2022

Anche a Rieti risultati eccellenti. Qui si realizzano macchinari e automezzi ma anche articoli di metallo: il trend ha registrato un passaggio da +16% a +83%, andando su del 67,2%.

Sia Ascoli che Rieti possono dirsi province non energivore, proprio come la gran parte (sette) delle dieci che marcano la prestazione migliore. Eccezion fatta per Cagliari, ad esempio, con una salita delle esportazioni, incoraggiate dal comparto petrolifero, che tra aprile e giugno ha registrato un +94,6%, andando oltre i 2,4 miliardi di euro.

Vi è anche chi rallenta, si tratta delle province produttive a elevato standard di internazionalizzazione, che accolgono società operanti in svariati settori e sono equiparate da notevoli impieghi energetici. Si parla di

Parma (-50,9%), Lucca (-43,5%), Frosinone (-21,9%), Mantova (-14,5%).

Frenate, leggermente più ridotte, sono quelle di

Brescia (-5,7%), Vicenza (-4,8%) e Bergamo (-3,8%).

A cedere terreno anche Arezzo, territorio non energivoro, ma che tra aprile e giugno ha invertito rotta in negativo, attestando il suo trend di esportazione a -7,8% rispetto al 2021.

I rincari non fermano il settore alimentare

La discrepanza tra territori energivori e non è meno evidente nel settore alimentare. Stando ai risultati dell’inchiesta del Centro studi Tagliacarne in questo settore ambedue le province tendono a migliorare le proprie esportazioni tra primo (+20% i territori energivori, +25% le altre)  e secondo trimestre (+24,8% e +28%).

Dove il dispendio energetico è minore, però, il trend di crescita si presenta più vigoroso. Gaetano Fausto Esposito inquadra la questione

L’alimentare da anni ha perfomance stabili – complice il fatto che ormai buona parte della domanda di prodotti made in Italy arriva dall’estero e mercati come quello degli Stati Uniti, oggi molto dinamico per il cambio euro-dollaro favorevole – giocano un ruolo di primo piano.

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