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Economia

Tfr, pessime notizie per i dipendenti pubblici: arriva una batosta sull’anticipo

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L’assegno del Tfr subirà un taglio a causa dell’inflazione. Non si sarà alcuna rivalutazione e il costo sull’anticipo sarà del 2%.

L’aumento dei prezzi e i tassi di interesse più elevati portano brutte notizie ai lavoratori in relazione al Trattamento di Fine Rapporto.

Adobe Stock

I dipendenti pubblici devono arrendersi al fatto che la liquidazione sarà meno ricca a causa dell’inflazione e dei tassi più alti. Le stringenti regole che disciplinano il Tfr o il Tfs, poi, non aiutano ad alleggerire i timori. Ricordiamo, infatti, che i tempi di erogazione del Trattamento per gli statali sono lunghissimi.

Si parla di due anni che possono arrivare a cinque qualora si chiedesse l’uscita anticipata dal mondo del lavoro tramite Quota 100 o Quota 102. La speranza che la tempistica si riduca è vana soprattutto in un periodo difficile come quello che l’Italia sta attraversando. Ad oggi, chi va in pensione a 67 anni riceve una prima rata di massimo 50 mila euro dopo 12 mesi dal pensionamento e la seconda allo scadere dei due anni. Andando in pensione anticipatamente, per esempio a 62 anni, la prima rata verrà erogata comunque al raggiungimento dei 67 anni. L’unica alternativa all’attesa è la richiesta di un anticipo sull’assegno, misura introdotta con Quota 100 proprio per aiutare i neo pensionati. Tra Governo e ABI c’è una convenzione per consentire un prestito fino a 45 mila euro con tasso dello 0,40%.

Tfr, conviene chiedere l’anticipo?

Il nuovo accordo prevede l’applicazione di un tasso di interesse che fa dubitare della convenienza dell’anticipo del Tfr. Il rendistato che sale, infatti, non è assolutamente convenevole per i lavoratori. I tassi per un prestito di un anno o un anno e mezzo al massimo sono arrivati all’1% e per due anni all’1,5%. La stima calcola un costo medio di anticipo del Trattamento del 2%. 

Attendere due o tre anni per ricevere la liquidazione lasciando i soldi all’INPS, però, è ugualmente non conveniente. Il denaro si riceverebbe con una svalutazione di circa il 15% in base al costo della vita. Oggi l’inflazione ha raggiunto l’8% provocando una rilevante perdita del potere d’acquisto. I sindacati protestano per sostenere i lavoratori in una lotta che non lascia intravedere una risoluzione positiva. Più volte si è tentato di spingere l’esecutivo a rivedere i termini del Tfr considerando che non è giusto per i cittadini ottenere meno di una somma che è loro di diritto.

Nuova mossa, si farà scacco matto?

La questione arriverà nuovamente davanti ai Giudici. Le posizioni di UilPa e Fpa sono simili. Il taglio dell’assegno è un danno economico ingiustificabile soprattutto davanti a rincari e all’inflazione galoppante. I soldi sono dei lavoratori e le regole sono una vergogna assoluta. Urge un intervento repentino che corregga gli errori e soprattutto la disparità di trattamento tra dipendenti pubblici e privati.

Le pretese sono giustificabili ma i costi per lo Stato sarebbero ingenti. Stimando 70 mila euro a pensionato e circa 150 mila dipendenti pubblici che vanno in pensione in un anno si tratterebbe di spendere 10 miliardi di euro. Le casse dello Stato hanno le risorse adatte?

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