Un chiarimento dell’INPS cambia le regole per molti lavoratori in tema di indennità di disoccupazione.
Immagina di ricevere una comunicazione ufficiale che ti chiede di restituire migliaia di euro già incassati come sostegno al reddito.
Una somma che hai utilizzato per pagare affitto, bollette o spese quotidiane e che, all’improvviso, rischia di trasformarsi in un debito imprevisto. Per molti lavoratori questa è stata, negli anni, una paura concreta legata alle indennità di disoccupazione: percepire correttamente un aiuto economico e ritrovarsi poi a doverlo restituire per motivi burocratici fuori dal proprio controllo.

Il timore nasce soprattutto dalla complessità delle regole previdenziali, dove basta un errore formale o un problema di inquadramento aziendale per generare richieste di rimborso anche a distanza di tempo. Situazioni paradossali che hanno alimentato incertezza e preoccupazione, soprattutto tra chi si trova già in condizioni economiche delicate.
Disoccupazione e riclassificazione del datore di lavoro
Il recente messaggio INPS n. 2425 ha fatto chiarezza su un punto cruciale: i lavoratori non devono più restituire le indennità di disoccupazione già percepite se l’errore deriva da dichiarazioni inesatte del datore di lavoro. La novità riguarda i casi di riclassificazione aziendale, ovvero quando l’ente previdenziale modifica l’inquadramento contributivo di un’impresa, spostandola ad esempio dal settore agricolo a quello non agricolo o viceversa.

In passato, queste riclassificazioni retroattive potevano generare effetti pesanti per i dipendenti: alcune prestazioni di disoccupazione venivano considerate indebite, con la conseguente richiesta di rimborso da parte dell’INPS. Oggi, invece, l’istituto precisa che la responsabilità resta esclusivamente in capo al datore di lavoro. Se l’errore è imputabile all’impresa, il lavoratore non subisce alcuna penalizzazione e mantiene le somme già incassate.
Il principio si fonda sull’articolo 38 della Costituzione, che tutela il diritto dei cittadini a mezzi adeguati di sostentamento in caso di disoccupazione involontaria. Un chiaro segnale che la buona fede dei lavoratori deve essere preservata, evitando che subiscano conseguenze economiche per colpe non loro.
Allo stesso tempo, il messaggio distingue le modalità operative. Se i termini per presentare una nuova domanda di prestazione sono scaduti, le indennità già percepite non vanno restituite e le eventuali richieste devono essere annullate. Se invece i termini sono ancora aperti, il dipendente può presentare una nuova domanda (NASpI o disoccupazione agricola) e gli importi già ricevuti possono essere compensati con la nuova prestazione, senza generare debiti residui.
La misura ha anche un impatto sui ricorsi pendenti: quelli relativi a indebiti contestati ma non ancora definiti dovranno essere riesaminati e chiusi in autotutela, alla luce delle nuove regole. L’obiettivo resta quello di responsabilizzare le aziende sulle dichiarazioni previdenziali, senza scaricare errori o pratiche elusive sui lavoratori che, in buona fede, hanno percepito la loro indennità di disoccupazione.