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Pensioni

Pensione con Quota 41: un’opportunità che potrebbe essere riservata solo a pochi eletti

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L’obiettivo del Governo è la pensione con 41 anni di contribuzione, senza alcun limite anagrafico. Quali sono le difficoltà?

L’Esecutivo è al lavoro sulla futura Riforma previdenziale. Il prossimo 19 gennaio è previsto un primo incontro con i Sindacati.

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Le preoccupazioni principali riguardano la necessità di rendere strutturali alcuni strumenti di flessibilità in uscita e di evitare il ritorno alla Legge Fornero. Molto discusso è anche il meccanismo di Quota 41, riservato solo a specifiche categorie di lavoratori. Vediamo, dunque, in che modo potrebbero cambiare i requisiti per accedere alla pensione.

Non perdere il seguente approfondimento: “Pensioni e le prossime novità sulla riforma: 62 anni di età e Quota 41 per tutti“.

Pensione: Quota 41 e Quota 103

Una delle possibili soluzioni potrebbe essere il pensionamento anticipato con 41 anni di anzianità contributiva, solo per alcune categorie di soggetti. In particolare, tale opzione continuerebbe ad essere riservata ai lavoratori addetti alle mansioni gravose. È stato fatto, dunque, un dietrofront rispetto all’idea originaria di Quota 41 aperta a tutti. Una delle maggiori difficoltà è la mancanza di risorse finanziarie.

Tale meccanismo, molto probabilmente, sarà in vigore dal 2024 e subentrerebbe all’attuale Quota 103. Secondo le stime, quest’ultima misura è destinata ad essere fallimentare; saranno, infatti, pochi gli interessati che smetteranno di lavorare grazie a tale strumento (circa 10 mila lavoratori).

Quota 103 consente di usufruire della pensione con 41 anni di contribuzione e 62 anni di età, da maturare entro il 31 dicembre 2023 (è rivolta, in pratica, ai nati nel 1960 e nel 1961). Un ulteriore ostacolo alla fruizione di tale regime pensionistico è la predisposizione di un tetto massimo per l’ammontare dell’assegno pensionistico; esso, infatti, non deve essere maggiore di 5 volte il valore del trattamento minimo. Tale limite deve essere rispettato fino alla maturazione delle condizioni per accedere alla pensione di vecchiaia (cioè, 67 anni di età e 20 anni di contributi).

Allo stesso tempo, la legge non prevede alcuna penalizzazione sull’importo spettante. Si applica, infatti, il sistema retributivo, per i periodi lavorativi fino al 31 dicembre 1995 e, invece, il sistema contributivo per i versamenti effettuati a partire dal 1° gennaio 1996 in poi.

Potrebbe interessati anche il seguente articolo: “Quota 103: chi potrà andare in pensione con questa misura, ma attenzione agli assegni alti“.

L’ipotesi Tridico e le penalizzazioni

Come appena specificato, fino al raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia, non si può ricevere una pensione superiore a 5 volte l’assegno minimo. Attualmente, l’ammontare dei trattamenti minimi è di 525 euro al mese, ma la Legge di Bilancio 2023 ha stabilito che, nel corso dell’anno, raggiungerà i 574 euro.

Di conseguenza, chi fruisce di Quota 103, fino ai 67 anni, potrà ricevere una pensione di massimo 2.850 euro lordi.  Al compimento dei 67 anni di età, invece, il pensionato ha diritto all’importo spettante in base alla propria posizione contributiva.

Il Governo Draghi aveva pensato anche ad un meccanismo differente, che consentisse il pensionamento anticipato a 63 anni, con il ricalcolo dell’assegno con sistema contributivo integrale. Nel dettaglio, ci sarebbe una riduzione del 3% annuo, per 4 anni. Ed infine, al raggiungimento dei 67 anni di età, si avrebbe diritto alla pensione piena. Si tratta della cd. “ipotesi Tridico”.

L’obiettivo di questo sistema è, ovviamente, il superamento dei presupposti pensionistici stabiliti dalla Legge Fornero ed evitare che ci siano discriminazioni rispetto a coloro che, negli ultimi 3 anni, hanno potuto usufruire della pensione anticipata.

L’“ipotesi Tridico” prevede l’erogazione dell’assegno pensionistico in due momenti. La prima parte, a 63 anni di età, corrisponde alla quota calcolata sulla base del meccanismo contributivo; l’altra parte, invece, corrisposta a 67 anni, corrisponde all’ammontare totale. È richiesto, però, che la pensione abbia un importo pari almeno a 1,2 volte l’Assegno sociale.

Tale Manovra costerebbe circa 2,5 miliardi all’anno, fino al 2030. La metà di quanto si spenderebbe per consentire il pensionamento a 64 anni di età e con 35 anni di contribuzione, per tutti, ma con una penalizzazione sull’importo e a condizione che la rata sia di almeno 2,2 volte l’Assegno sociale.

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