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Pensioni

Pensione Opzione donna: come cambierà nel 2023 ma non sarà destinata a tutte

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Il governo ha prorogato la pensione Opzione donna, una misura di uscita anticipata e rimandato la riforma al prossimo anno.

La manovra fiscale (ovvero la bozza della legge di Bilancio) è approdata sul tavolo del Parlamento in attesa dell’approvazione. All’interno del testo novità sulle pensioni.

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Tra queste la proroga di Opzione donna e Ape sociale e l’introduzione di una nuova misura pensionistica: Quota 103. Tutto però si deve ancora decidere perché il Parlamento può ancora apportare delle modifiche. Comunque sia, la legge di Bilancio entrerà in vigore il 1° gennaio 2023.

Pensione Opzione donna: ecco come cambierà nel 2023 ma non sarà destinata a tutte

Opzione donna però ha subito delle modifiche rispetto alla “precedente” misura che le lavoratrici conoscevano. Però prima di tutto bisogna ricordare che la misura è riservata alle donne che maturano i requisiti entro la fine del 2022. Inoltre, resta una misura di anticipo alla pensione temporanea. Questo significa che bisognerà aspettare l’entrata in vigore della legge di Bilancio anche se il governo dovrà riprendere in mano la riforma delle pensioni e quindi potrebbe introdurre altre misure di flessibilità di uscita oppure prorogare ulteriormente Opzione donna.

In attesa, ricordiamo che nel 2023 i requisiti per accedere a questa misura sono modificati. Ad esempio, l’età anagrafica per l’accesso diventa 60 anni (da compiere entro il 31 dicembre 2022) che sarà ridotta in base al numero di figli: 59 anni per chi ha un figlio; 58 anni per chi ne ha due. Inoltre, le lavoratrici devono aver maturato (sempre entro dicembre 2022) 35 anni di contributi.

Leggi anche “Pensione Opzione Donna: sciolti i dubbi sul calcolo e la cristallizzazione del diritto anche dopo il 2022

Cambia però anche la platea dei beneficiari. Infatti, Opzione donna 2023 si rivolge a:

  • caregiver familiari (purché assistano da almeno 6 mesi un familiare convivente con disabilità grave);
  • lavoratrici con ridotte capacità lavorative e con una invalidità pari almeno al 74%;
  • licenziate o dipendenti da aziende in crisi.

In pratica, diventa una specie di Ape sociale donne con la differenza che le lavoratrici che scelgono questa misura sono consapevoli e accettano che l’uscita si baserà sul ricalcolo contributivo dell’assegno pensionistico.

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