Le pensioni dei 40enni e 50enni saranno basse? L’INPS spiega la verità sugli importi

La materia delle pensione è tra le più complesse e delicate, ma urge un intervento strutturale che cambi il volto della previdenza in Italia. Intanto le stime Inps sulle pensioni del futuro lanciano segnali preoccupanti.

L’argomento pensioni e la connessa riforma della previdenza di cui spesso si parla ma che, di fatto, non sembra ancora prossima alla sua effettiva attuazione pratica, sono temi molto delicati e che riguardano varie generazioni.

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Oggi non pochi giovani – e meno giovani – si domandano infatti quanto potranno prendere di pensione nel momento in cui matureranno i requisiti.

Ben sappiamo che nel corso del tempo proprio i requisiti per andare in pensione si sono via via irrigiditi, e da alcuni decenni il sistema di calcolo del trattamento si fonda sul metodo contributivo: si tratta di evidenti segnali per cui il sistema previdenziale italiano vive in un delicato e precario equilibrio. E ciò con l’annesso rischio che la pensione del futuro, per i giovani di oggi, sia davvero esigua e di ridotto ammontare, ovvero tale da non consentire un pieno sostentamento grazie a questa sola forma di reddito.

I dati che provengono dall’Inps paiono purtroppo confermare questa prospettiva. L’istituto ha svolto una stima dei trattamenti previdenziali che saranno spettanti alle persone che rientrano nella cosiddetta generazione X, ovvero i nati tra il 1965 e il 1980, ed i risultati emersi non sono per nulla confortanti. Si tratta di quanto emerso nell’ambito nel XXI Rapporto annuale dell’istituto nazionale della previdenza sociale. Vediamo più da vicino.

Le pensioni della generazione X: i dati Inps non sono rassicuranti

Come accennato in apertura, l’Inps ha fatto una stima o simulazione dei trattamenti pensionistici del futuro, nell’ottica di dare una risposta, o quanto meno un orientamento a chi sta versando oggi i contributi, e teme che in futuro la pensione possa non bastare. Ciò pare utile a maggior ragione, se consideriamo che siamo nel bel mezzo di una grave crisi economica e di un’inflazione galoppante.

Ebbene, alla luce dei calcoli fatti dall’istituto la generazione nata tra il 1965 e il 1980 potrebbe arrivare a conseguire una pensione pari a circa 750 euro.

La simulazione fatta da Inps attiene ovviamente ad un caso classico e che può riguardare la situazione di moltissimi lavoratori che pagano regolarmente i contributi. Infatti secondo Inps questo sarebbe l’importo mensile dell’assegno previdenziale versato alle persone con salario di 9 euro l’ora circa, contributi pagati regolarmente all’istituto per almeno 30 anni e un pensionamento ai 65 anni di età.

Al di là della riforma pensioni che dovrà comunque essere attuata nel nostro paese per ‘rivitalizzare’ e ammodernare la materia previdenziale, vero è che il problema di quanto spetterà di trattamento previdenziale si lega in verità ad una sorta di involuzione degli indici di rilievo economico. Insomma, non vi sarebbero particolari dubbi a riguardo: gli appartenenti alla generazione post boom economico, ovvero i nati tra 1965 e il 1980 – detta appunto la generazione X – saranno destinati ad avere pensioni inferiori rispetto alla media attuale.

La questione pensionistica si lega alla crisi economica e occupazionale

E la questione previdenziale non può che legarsi alla crisi dell’occupazione, alla fuga all’estero di molti giovani e al fatto che gli stipendi medi restano comunque bassi rispetto alla media europea. Chiaro dunque che in questa sorta di ‘sabbie mobili’ da cui è molto difficile uscire – e in ogni caso l’unico modo per farlo sarebbe quello di istituire varie riforme strutturali – non può che trovarsi anche il mondo delle pensioni e della previdenza, il quale sta vivendo infatti un periodo di profonda incertezza. Gli studi recenti dell’istituto hanno segnalato peraltro un buco nei conti di diversi miliardi, e i rischi di tenuta sul medio-lungo termine sono del tutto evidenti. A rimetterci, non ci si può sorprendere, sarebbero in primis i percettori delle pensioni.

Recentemente il presidente dell’Inps Tridico ha infatti ricordato una sfavorevole ‘equazione’: a stipendi bassi corrispondono pensioni basse. Una sorta di effetto a catena che sposta il problema dal lavoro alla previdenza.

I dati OCSE sui salari e l’obiettivo flessibilità della previdenza

A confermare la questione pensionistica anche il rapporto dell’OCSE sulla retribuzione europea: l’Italia si è infatti posizionata agli ultimi posti nella classifica dei paesi con le retribuzioni più alte del continente.

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Ecco perché il presidente dell’Inps Tridico ha indicato che la strada ad percorrere sul fronte delle pensioni del futuro è quella della maggior flessibilità del sistema previdenziale. Secondo Tridico andrebbero favorite e supportate in particolare le carriere instabili e i lavoratori fragili e, concludendo, appare dunque ancora una volta chiaro che si tratta di temi che non possono essere ulteriormente rinviati. Dal Governo gli osservatori si attendono importanti interventi ed una riforma pensioni 2023 troppo a lungo rinviata.