Riforma pensioni nel 2022 o ritorno alla legge Fornero? Le previsioni non lasciano dubbi

La riforma pensioni sembra ancora molto lontana dal varo, pur essendo voluta da tutti. La caduta del Governo ha di fatto congelato i lavori e le prospettive per il 2023 al momento indicano il ritorno al regime pre Quote. 

La riforma pensioni, da punto cardine dell’agenda di Governo, è diventata in queste settimane un argomento vero e proprio di campagna elettorale.

riforma pensioni
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D’altronde da più parti – sindacati in testa – si sente la necessità di cambiare profondamente l’assetto previdenziale del nostro paese, per adeguarlo a quanto richiesto in ambito UE ma anche e soprattutto per evitare un ritorno tour court alla famigerata legge Fornero, che tante polemiche ha prodotto negli ultimi anni.

Ebbene, cittadini e lavoratori si stanno interrogando sulle proprie preferenze di voto, considerando i programmi dei partiti e, in particolare, il capitolo previdenza. Il punto è infatti farsi un’idea su quello che potrà essere lo scenario post elezioni politiche del 25 settembre, anche sul fronte pensionistico: quali sono le proposte irrealizzabili ed utopistiche, fatte solo per raccogliere voti alle urne? E quali invece hanno margine di realizzazione effettiva? Molto difficile se non impossibile dirlo ora con certezza, ma proviamo a fare un po’ di chiarezza su questi delicati temi, pur tenuto conto di un quadro davvero frastagliato e di certo non caratterizzato da una qualche uniformità di vedute. Qual è al momento lo scenario pensioni più realistico per il 2023? Ecco la verità.

Riforma pensioni o legge Fornero: trattative in alto mare

A moltissimi potrà non piacere, ma al di là delle proposte di quota 41 oppure di quelle dell’Inps, rese note dallo stesso del Presidente Tridico, di concreto al momento c’è ben poco. Il nuovo Governo si insedierà ad inizio autunno, occorrerà redigere nel dettaglio la legge di Bilancio e il tempo sarà inevitabilmente scarso. Il rischio concreto è che dunque i programmi di riforma pensioni, tanto sbandierati in questi giorni di accesa campagna elettorale, siano rinviati di parecchio tempo e comunque di un tempo abbastanza ampio da rendere inevitabile il ritorno alla legge Fornero.

Proprio così: la caduta del Governo Draghi ha praticamente eliminato ogni possibilità di condurre in porto la riforma pensioni in tempi relativamente brevi – con il risultato del ritorno a gennaio 2023 della regola che indica in 67 anni l’uscita dal lavoro. Se non vi è ancora la ‘matematica’ certezza di questo scenario, le probabilità sono però altissime. Servirebbe quasi un miracolo per redigere la riforma pensioni e vararla in tempo per evitare lo scenario descritto. Inoltre l’attuale regime inflazionistico rappresenterebbe un serio ostacolo alla riforma, sul piano della sostenibilità per i conti dello Stato.

Ma in verità la riforma pensioni è in alto mare da tempo: i mesi di trattative tra le forze politiche per impedire il drastico ritorno al modello pensionistico della legge Fornero non hanno dato finora buoni risultati.

Riforma pensioni: nel 2023 il ritorno al regime pre Quote?

Se la riforma pensioni resterà congelata e nulla di concreto sarà varato entro il 2022, come anticipato sopra da gennaio sarà necessario avere 67 anni per uscire dal mondo del lavoro e incassare l’assegno di vecchiaia.

Il punto è anche che il regime provvisorio di Quota 102 termina proprio a fine 2022:  introdotto proprio per evitare il brusco ritorno alle regole Fornero – dopo l’esperienza sperimentale di Quota 100 – il suo effetto ‘cuscinetto’ terminerà tra pochi mesi. Se le intenzioni erano quelle di lavorare sulla riforma pensioni durante l’applicazione di Quota 102, evidentemente le aspettative iniziali sono state in larga parte disattese.

Pochissime convergenze ed ora, con un Governo tenuto al mero disbrigo degli affari correnti, la riforma pensioni – insieme ad altri rilevanti provvedimenti per il paese – è rinviata a data da destinarsi. Si tornerà quasi sicuramente al regime precedente alle Quote, in considerazione del fatto che i tempi per abbassare lo scalino di età per andare in pensione (dai 64 anni di oggi ai 67 della riforma Fornero), sono di fatto molto stretti.

Ma è pur vero che la finalità della riforma pensioni è – almeno sulla carta – di tutto rispetto: ammorbidire il passaggio del raggiungimento dell’età utile a incassare il trattamento pensionistico. Le opposte vedute, le tesi differenti e – elemento non meno importante – la valutazione dei costi per lo Stato hanno però costituito finora un terreno d’attrito. Non a caso l’argomento è diventato di confronto anche in campagna elettorale.

Il caro vita non aiuta a risolvere la questione riforma pensioni

E non dimentichiamo infine che, a causa del livello odierno del caro vita, le istituzioni dovrebbero rivalutare l’assegno pensionistico di almeno il 7% in più, per salvaguardare il potere d’acquisto delle famiglie. Il fatto è che d’altra parte bisogna anche proteggere i conti pubblici e il bilanciamento tra esigenze del cittadino e esigenze dello Stato si fa ogni giorno sempre più complicato.

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Come sopra accennato, molte le proposte sulla riforma pensioni in questi mesi, ma niente di sostanziale. Quota 41 con pensione anticipata per chi ha 41 anni di contributi – invece che 42 anni e 10 mesi per gli uomini o 41 anni e 10 mesi per le donne – ma anche misure pensionistiche ad hoc per i giovani e la conferma di Opzione Donna. Senza contare le proposte di uscite flessibili a 63 anni con penalizzazioni sull’assegno o anche l’allargamento della lista dei lavori gravosi per quanto riguarda l’Ape Sociale.