Il problema dei redditi bassi è particolarmente sentito in Italia. I lavoratori lamentano stipendi inadeguati per affrontare un costo della vita sempre più elevato, quali sono le possibili soluzioni?
La crisi economica generale impone un aumento delle retribuzioni per permettere ai cittadini di affrontare i rincari.
L’ipotesi di un nuovo taglio al cuneo fiscale arriva alle orecchie degli italiani come una lieta novella. Meno tasse in busta paga significherebbe stipendi più alti, un vero e proprio sogno per i lavoratori. Da decenni il tema dei redditi bassi in Italia è oggetto di dibattito. La nostra nazione perde a testa bassa davanti a realtà diverse di Paesi non molto distanti da noi. Se fino ad ora gli importi si sono rivelati sufficienti con gli aumenti degli ultimi mesi si è assistito al tracollo di tante famiglie. L’inflazione avanza galoppante e il poter d’acquisto ne risente. L’Italia è l’unico paese in Europa in cui gli stipendi reali sono diminuiti in un decennio. Il Governo deve intervenire per permettere ai lavoratori di guadagnare di più e l’ipotesi del taglio del cuneo fiscale è la prospettiva più concreta. O forse lo era fino a ieri, prima che la crisi di Governo arrivasse come un nuovo macigno sulle nostre spalle.
L’esigenza è di risolvere il problema dei redditi bassi a livello strutturale per garantire ai cittadini la certezza economica. Un taglio del cuneo fiscale potrebbe rivelarsi un passo importante ma non dovrebbe essere l’unico. Ricordiamo che il cuneo fiscale indica la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dall’impresa e la busta paga del lavoratore.
La cifra finale percepita dal dipendente è nettamente inferiore rispetto all’iniziale retribuzione prevista dal datore di lavoro. I contributi previdenziali sono, infatti, elevati ed incidono notevolmente sul cuneo fiscale. Si aggiunge, poi, la tassazione IRPEF ad aumentare il divario. L’esecutivo con Draghi ha tentato di arginare la problematica riducendo le aliquote del secondo e del terzo scaglione fino al 25% e al 35% (dal 27% e dal 38%). L’intervento, però, si è rivelato utile solamente per chi ha un reddito medio alto lasciando inalterati i redditi della fascia economicamente più fragile (sotto i 15 mila euro).
Il nuovo intervento con taglio del cuneo fiscale agirebbe, stavolta, sui contributi INPS. Per spiegare il passaggio occorre considerare che, in linea generale, l’azienda versa il 23,8% della retribuzione lorda, il dipendente l’8,89% per un totale del 32,7%. Nel 2022 è già previsto un’esonero dello 0,8% per i lavoratori. Il nuovo piano è di raddoppiate tale sgravio dei contributi garantendo un aumento medio in busta paga di 70/80 euro al fine di aggiungere uno stipendio base in più (1.200 euro circa) all’anno.
I lavoratori sarebbero contenti di questo taglio soprattutto se risultasse essere definitivo e non provvisorio. Al momento si ipotizza che verrà applicato sulle ultime quattro mensilità del 2022 e forse ad una ristretta platea di beneficiari (le risorse a disposizione mancano). Occorre valutare bene, però, le conseguenze dell’intervento sia sul piano pensionistico che sul piano economico per lo Stato.
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