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Prosciutti di Parma ancora sotto indagine, cosa finisce davvero sulle nostre tavole? Ecco cosa succede

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Dal 2020 ad oggi la frode sui prosciutti di Parma non è ancora conclusa. La denuncia de Il Salvagente.

La scoperta di oltre 700 mila prosciutti non regolari risale al 2020 ma probabilmente era solo la punta dell’iceberg. Nonostante le indagini e i controlli, a febbraio di quest’anno il consorzio accusato di non effettuare le procedure in maniera regolare è di nuovo sotto la lente di ingrandimento.

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Per capire cosa sta succedendo – ma soprattutto cosa finisce nelle nostre tavole – dobbiamo fare un passettino indietro. La famosa rivista Il Salvagente ha pubblicato un numero dedicato a questo enorme scandalo che dal 2020 ha coinvolto numeri impressionanti di capi di bestiame e quindi di prosciutti. Che sono finiti (in realtà non lo sapremo mai ndr) nelle nostre tavole.

Ora, tutti conoscono il famoso Prosciutto di Parma. Si tratta di una qualità pregiata di salume il cui prezzo è ovviamente in linea con l’alto livello delle carni usate per la sua preparazione. Esiste un Consorzio ad hoc che controlla la filiera di produzione e certifica le cosce di maiale come idonee a diventare il famoso, buonissimo e costoso prosciutto Dop. Ma qualcosa, in questi anni, è andato storto. E molto probabilmente non è finita qui.

La frode sui Prosciutti di Parma è ancora in corso? Cosa emerge dalle indagini

Lo scorso febbraio, come riporta in un interessante articolo-indagine la rivista Il Salvagente, l’Icqrf (l’Ispettorato repressioni frodi del ministero delle Politiche agricole) ha di nuovo sospeso Csqa per “ripetute violazioni del Piano dei controlli” sulla filiera di produzione del famoso Prosciutto di Parma. Questa nuova misura fa intuire che la frode avvenuta nel 2020 non sia ancora del tutto conclusa.

Due anni fa, infatti, fu scoperta una “organizzazione criminale” composta da più attori che – con una serie di escamotage – permetteva ai produttori del Prosciutto di Parma di certificare carni che in realtà non erano conformi. Ma cosa venne esattamente alla luce? In pratica, migliaia di partite di cosce di maiale (almeno 700 mila in totale) venivano certificate proprio da Csqa come idonei a diventare Prosciutti Dop. Ma non lo erano.

Per spiegarlo in parole semplici a noi che siamo non addetti ai lavori, la procedura era quella di ammettere cosce non regolamentari tra quelle adatte a diventare il famoso prosciutto di Parma. Per farlo, venivano modificati letteralmente i “numeri”. Le cosce di maiale devono rispettare determinati criteri di peso per rientrare in quelli di alto livello. Con un “trucchetto”, il peso della materia prima veniva bollato come regolare anche quando non lo era.

Il risultato? Maggior guadagno ovviamente per tutti coloro che fanno parte ella filiera. E un inganno immenso per il consumatore. Ricordiamo infatti che il Prosciutto di Parma è – oltre che buonissimo – anche molto caro. Costa in media dal 30 al 50% in più rispetto ad altri marchi, nazionali ed esteri.

Nonostante le misure prese nel 2020 dall’organismo di Repressione Frodi, sembra che ancora ci siano irregolarità. Il Consorzio oggetto di indagine ovviamente si difende e ha fatto divulgare le sue ragioni. Di fatto, però, a distanza di due anni ancora non sappiamo se quello che troviamo al banco dei salumi sia vero Prosciutto di Parma oppure no.

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