Smettere di lavorare in anticipo potrebbe diventare snervante, a causa dell’inasprimento dei requisiti richiesti. Quanto si dovrà aspettare?
Il tema pensioni desta sempre paura e sconcerto nei contribuenti, che temono repentini cambiamenti delle regole per poter definitivamente lasciare il mondo del lavoro. Al momento, le notizie non sono confortanti, visto che potrebbe essere innalzata l’età pensionabile di 3 mesi.
Il Governo ha annunciato che sta lavorando per evitare l’adeguamento nel 2027 ma, senza una riforma strutturale, questa problematica si ripresenterà negli anni seguenti. Le finanze statali non sarebbero sufficienti per consentire il pensionamento anticipato a tutti e, oltre all’innalzamento dell’età pensionabile, potrebbero essere inseriti ulteriori requisiti (come il raggiungimento di un importo minimo dell’assegno pensionistico). Ma cosa cambierà per migliaia di lavoratori?
Il temutissimo aumento di tre mesi dell’età pensionabile è una conseguenza inevitabile dell’adeguamento all’aspettativa di vita. A breve, dunque, potrebbero non essere più sufficienti 67 anni di età per accedere alla pensione di vecchiaia ordinaria, bensì 67 anni e 3 mesi.
Questa regola varrà anche per le altre misure, incluso l’Assegno sociale, la pensione anticipata contributiva (per la quale attualmente servono 64 anni), Quota 41 precoci e la pensione anticipata ordinaria, con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. In quest’ultimo caso, dunque, saranno necessari 43 anni e 1 mese per gli uomini e 42 anni e 1 mese per le donne.
La situazione si fa complessa se si pensa che, oltre al presupposto anagrafico, è richiesto il raggiungimento di un importo minimo dell’assegno pensionistico. In particolare, le pensioni anticipate contributive necessitano di un importo pari almeno a 3 volte l’Assegno sociale e le pensioni di vecchiaia per i contributivi puri di un ammontare non inferiore all’Assegno. Nel 2030, poi, sarà necessario raggiungere una soglia pari almeno a 3,2 volte la prestazione. Questo inasprimento dell’accesso sta generando profondo sconcerto tra gli interessati, costretti a ricorrere a strumenti alternativi, come la pensione integrativa, al fine di poter contare su una rendita aggiuntiva.
Allo stesso tempo, i nuovi requisiti pongono un altro problema, quello degli esodati e di coloro che sono coinvolti in scivoli aziendali, ossia accordi tra imprese e sindacati per consentire il prepensionamento dei dipendenti più vicini alla pensione. I datori di lavoro, infatti, potrebbero anche decidere di non coprire i tre mesi aggiuntivi; in tal caso, i dipendenti resterebbero senza alcuna fonte di reddito.
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