I Titoli di Stato (BOT, BTP e CCT) sono obbligazioni emesse dall’ente statale per conto dello Stato per finanziare il debito o il deficit pubblico. Ma cosa succede se si procede alla vendita dei BTP e qual è il valore per compensare la perdita? Alcuni chiarimenti che bisogna spare che riguardano anche la tassazione dei Titoli di Stato.
Chi investe in BTP si aspetta di poter compensare le eventuali perdite con altri guadagni di capitale. Se si decide di vendere un BTP prima della scadenza, può succedere che la minusvalenza riportata dalla banca nel portafoglio fiscale è inferiore rispetto alla perdita che ci si aspettava.
Il motivo di tale differenza è dovuto dalla normativa fiscale italiana sulla tassazione dei titoli di Stato. Secondo l’articolo 45, comma 4-bis del TUIR, il calcolo della minusvalenza non si basa solo sulla differenza tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita. Ma, bisogna escludere dal conteggio la quota del rateo di interessi, ovvero la parte di interessi maturata fino alla data di vendita. Questa somma è considerata reddito da capitale e non viene presa in considerazione nel calcolo del capital gain o della minusvalenza.
Se si decide di vendere un BTP prima della scadenza naturale, il prezzo di vendita che si riceve comprende anche gli interessi maturati. La banca, nel determinare la minusvalenza fiscalmente rilevante, scorpora questa quota e considera solo la perdita netta al netto degli interessi. Ed è questo il motivo, di un importo inferiore nel proprio portafoglio fiscale, rispetto a quanto ci si aspettava.
Il valore indicato dalla banca nel prospetto fiscale, è il massimo detraibile o tassabile. È una regola di base che crea dubbi negli investitori, ma è quello che la legge riconosce a chi decide di vendere prima della scadenza i propri Titoli di Stato.
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