Pensione Opzione Donna: perché è destinata a fallire?

Le novità relative ad Opzione Donna, attese per il 2023, fanno paura alla maggior parte delle contribuenti. Per quale motivo?

Nelle scorse settimane avevano fatto particolarmente discutere le modifiche relative allo strumento di flessibilità in uscita riservato alle lavoratrici.

opzione donna
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Le principali innovazioni ideate dall’Esecutivo riguardavano l’accesso alle sole caregivers, inabili e disoccupate e lo sconto del requisito anagrafico legato ai figli.

I sindacati avevano sperato in un dietrofront da parte del Governo che, però, non è arrivato. Il disegno di legge non cambierà. Di conseguenza, dal 2023 la pensione anticipata sarà riservata solo ad una cerchia molto ristretta di beneficiarie. Ma tali restrizioni potrebbero portare alla fine della misura. Scopriamo per quale motivo.

Consulta anche il seguente articolo: “Pensione Opzione Donna: slitta l’accordo sui requisiti per il 2023“.

Opzione Donna: in che modo cambierà?

Dal prossimo anno, per accedere ad Opzione Donna, bisognerà possedere determinati requisiti. La misura, infatti, sarà riservata solo alle seguenti categorie di beneficiarie:

  • caregivers familiari di conviventi disabili o non autosufficienti;
  • invalide almeno al 74%;
  • disoccupate licenziate o dipendenti di aziende per le quali è attivo un tavolo di crisi.

Ma le novità non finiscono qui. È stato inserito un ulteriore limite, relativo al tetto anagrafico minimo di accesso. Non c’è più distinzione tra lavoratrici dipendenti ed autonome, ma tutte potranno andare in pensione a 60 anni di età, con 35 anni di contribuzione.

È stabilito, tuttavia, uno sconto massimo di 2 anni, per coloro che hanno 2 o più figli ed uno sconto di 1 anno, per coloro che hanno un solo figlio.

Gli esperti di previdenza ritengono che la nuova versione di Opzione Donna sarà la causa del suo tramonto. Sempre meno lavoratrici, infatti, potranno accedere alla misura, per l’enorme difficoltà di maturare i presupposti richiesti.

Non perdere il seguente approfondimento: “Pensione Opzione Donna: si ritorna alle vecchie regole? I possibili scenari“.

Una valida alternativa: l’Ape Sociale

La misura, così come delineata dal Governo Meloni, avrebbe molti tratti comuni con un altro strumento di flessibilità in uscita: l’Ape Sociale. Le condizioni di accesso sarebbero le stesse, con la sola differenza che, per l’Ape Sociale sono necessari 63 anni di età e 30 di contribuzione.

Sia per l’Ape Sociale sia per Opzione Donna, poi, ci sono degli sconti per le lavoratrici madri; in particolare, fino a 2 anni di contributi per l’Ape Sociale e fino a 2 anni di età per Opzione Donna.

La differenza principale tra i due strumenti consiste nel calcolo dell’assegno pensionistico. Opzione Donna, infatti, prevede il ricalcolo contributivo puro. Con l’Ape Sociale, invece, la pensione viene erogata solo una volta raggiunti i requisiti ordinari. Nel frattempo, al beneficiario spetta un’indennità economica uguale ad un massimo di 1.500 euro al mese, per 12 mensilità.

Quest’aspetto rende l’Ape Sociale decisamente più conveniente rispetto ad Opzione Donna. La prima misura, infatti, permette di percepire un assegno più elevato e l’erogazione della prestazione decorre dal primo giorno successivo a quello del mese in cui si presenta la domanda. Con Opzione Donna, al contrario, bisogna rispettare la finestra dei 12 o dei 18 mesi dalla maturazione dei requisiti.

In pratica, si tratta di segnali che fanno presagire la fine imminente di questo valido strumento di pensionamento anticipato.

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