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Spreco alimentare, l’accusa che fa rumore: “In Italia il recupero del cibo è ancora beneficenza, non un servizio pubblico”

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Spreco alimentare in Italia: meno cibo buttato, ma il recupero resta volontariato. L’accusa di Foodbusters e le proposte per il 2026.

Lo spreco alimentare in Italia non è più una fotografia sfocata. È un problema strutturale, con ricadute economiche, ambientali e sociali che non possono più essere archiviate come effetti collaterali. A rimettere il tema al centro, con toni netti, è Foodbusters ODV che, in vista della Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, ha presentato una ricerca basata sui dati Waste Watcher International e Ipsos. Il punto non è solo quanto cibo si butta, ma come il recupero venga ancora trattato: volontariato caritatevole, non servizio pubblico essenziale.

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I numeri aiutano a capire il perimetro. Nel 2025 ogni cittadino italiano ha sprecato in media 555,8 grammi di cibo a settimana. Il dato è in calo rispetto ai 683 grammi del 2024 (-18,6%), ma resta superiore alla media europea e lontano dall’obiettivo ONU di dimezzamento entro il 2030. Le differenze territoriali raccontano un Paese diviso: il Centro Italia registra il valore più basso (490,6 grammi settimanali), seguito dal Nord (515,2 grammi), mentre Sud e Isole restano le aree più critiche con 628,6 grammi pro capite.

Interessante il dato sulle famiglie con figli, che risultano le più virtuose: 461,3 grammi a settimana. Una virtuosità che nasce dalla pianificazione degli acquisti, non da slogan. Segno che il comportamento conta, ma non basta.

Il nodo vero emerge guardando oltre le mura domestiche. Nella ristorazione collettiva e scolastica quasi il 30% del cibo preparato non viene consumato: il 17% resta nei piatti, il 13% è cibo integro che finisce nei rifiuti. A monte, grande distribuzione organizzata e ristorazione commerciale continuano a produrre eccedenze trattate come un costo di smaltimento, non come una risorsa.

Spreco alimentare, non è (solo) una questione morale

L’impatto non è solo morale. È economico e climatico. A livello globale un terzo del cibo prodotto viene perso o sprecato, contribuendo a circa il 10% delle emissioni climalteranti mondiali. In Italia, nel solo 2025, gli eventi meteorologici estremi hanno causato quasi 12 miliardi di euro di perdite agricole. A gennaio 2026, i danni nel Sud hanno già superato i due miliardi.

«Buttare cibo non è un peccato veniale, è un crimine climatico», afferma Diego Ciarloni, presidente di Foodbusters ODV. «Questo spreco è il carburante che scalda i mari e alimenta fenomeni devastanti come il ciclone Harry. In un Paese in bancarotta idrica, sprecare cibo significa buttare acqua ed energia che non abbiamo più».

L’associazione porta anche il proprio caso come esempio del paradosso italiano. Attiva dal 2017, Foodbusters non dispone ancora di una sede stabile. «Abbiamo affrontato 16 mesi di burocrazia per ottenere l’uso di un auditorium per appena un’ora e mezza a settimana, uno spazio inadatto alla gestione delle eccedenze», denuncia Ciarloni. Solo di recente è arrivato un furgone elettrico in comodato d’uso dal Comune di Falconara Marittima, ma l’operatività resta affidata al volontariato.

Netta anche la posizione sulle app antispreco: «Non recuperano cibo, lo vendono. Trasformano l’eccedenza in profitto residuo e rafforzano l’idea che il cibo sia solo una merce, non un bene comune».

Particolarmente duro il giudizio sul sistema scolastico. Nonostante gli incontri educativi, nelle mense continua a essere sprecato circa il 30% del cibo. «Parlare di ambiente senza attivare un recupero strutturale nelle mense è retorica che offende le nuove generazioni», sottolinea il presidente.

Per uscire dalla marginalità, Foodbusters ODV ha avanzato tre proposte operative per il 2026: professionalizzare il recupero alimentare trasformandolo in un servizio remunerato finanziato da una quota fissa della Tari; obbligare i Comuni a fornire sedi operative stabili alle organizzazioni di recupero; imporre la cessione gratuita delle eccedenze alla GDO, sul modello francese, per superare greenwashing e sprechi sistemici.

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