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‘Vietato usare le Stufe a Legna’ in Italia: lo hanno deciso sul serio, ecco dove e perché

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I Comuni, le Provincie e lo Stato dicono “no” ai cittadini: vietato usare le stufe a Legna. Ecco in quali Regioni e le motivazioni.

Il riscaldamento, ormai, è diventato un lusso, ma per il Governo non è ancora abbastanza. Presto le Stufe a Legna potrebbero diventare “illegali”.

InformazioneOggi

Siamo in un momento storico davvero difficile e complicato. La guerra in Ucraina ha segnato la “fine” dell’equilibrio a livello globale dei commerci, di qualunque bene e/o servizio.

A farne le spese, però, sempre i soliti: i cittadini contribuenti, dei vari Paesi. Che sia in atto un’emergenza sanitaria, una bellica o una di qualsivoglia altro genere, chi alla fine ne risente sono sempre i cittadini dei vari Stati Membri, UE o extracomunitari, e in diverse forme.

Oggi, a causa di un conflitto di cui non comprendiamo nemmeno bene le dinamiche, ci ritroviamo con bollette di Luce e Gas stellari, prezzi al dettaglio di alimenti e altri beni ai massimi storici, aumenti dei tassi d’interesse e via discorrendo. In una situazione del genere, cosa fanno di solito le persone? Cercano alternative, per sopravvivere.

Purtroppo, evidentemente esistono realtà che intercettano questo tipo di comportamento e subito attuano il modo per contrastarlo, per i propri interessi ovviamente. Magari “mascherati” da “interessi per la comunità”.

Parliamo più nel dettaglio, poiché a livello generico potremmo dire tutto e il contrario di tutto. Andiamo ad approfondire il discorso del riscaldamento con biomasse, ovvero tramite le “classiche” stufe a Legna.

Perché presto potrebbe essere vietato usare le stufe a legna?

La risposta alla domanda è (purtroppo) sì. Il prezzo del Gas è diventato insostenibile per tantissime famiglie e dunque, chi può, ricorre a mezzi “del passato”: le stufe a legna. Sembra una conseguenza logica e anche comprensibile. Non abbiamo i soldi per il gas e dunque cerchiamo una fonte alternativa per riscaldare le nostre case, e magari anche il nostro cibo.

Ma no, evidentemente non possiamo farlo. Il motivo? Le stufe a Legna producono inquinamento, e dunque non vanno più usate. Le nostre città sono sempre inquinate, ma di chi è la colpa? Delle auto? Delle stufe a Legna? Di quelle a Pellet? O magari delle grandi industrie? Di sicuro c’è una serie di concause, ma c’è un piccolo particolare: le grandi industrie continuano a lavorare, le case automobilistiche producono ancora auto (e no, non solamente elettriche) mentre i cittadini devono cambiare i propri elettrodomestici o impianti di riscaldamento perché “vetusti e inquinanti”.

C’è una Regione, tra le altre, che rappresenta il paradosso del momento storico che stiamo vivendo, ed è il Trentino. Ecco cosa sta accadendo, e perché dovremmo rifletterci su.

In Trentino è vietato usare le “fornasèle”, le stufe a legna

Il Trentino Alto Adige, come altre Regioni soprattutto del Nord, ha un problema con l’inquinamento. Quell’inquinamento che, dicevamo, nasce da tutta una serie di cause. Ma cosa fa il Governo per ridurre l’inquinamento? Vieta alle persone di usare un metodo di riscaldamento usato da sempre: le stufe a Legna.

E non lo fa con un divieto “plateale”, no, perché non può. Lo fa in maniera “subdola”, adducendo che la colpa dell’inquinamento stia nelle attività antropiche. La famiglia che si cucina la pasta sul fuoco, per dirla in maniera più semplice.

Tra i vari progetti in essere, vengono trovate risorse (economiche n.d.r) ai progetti relativi alla mobilità, come quella della riduzione della velocità dei veicoli a motore in alcune aree della A22.

Dall’altro lato, per offrire (generosamente?) “incentivi a privati ed imprese per sostituire impianti e generatori a biomassa obsoleti con altri sistemi di generazione del calore a zero emissioni (come ad esempio il solare termico e le pompe di calore), con nuovi impianti a biomassa a 5 stelle o con stufe ad accumulo costruite sul posto“.

Che, detto in soldoni, significa “obbligo” per i cittadini di comprare stufe a Legna nuove, “meno inquinanti”. Lo stabilisce proprio un annuncio pubblico: “Via libera dalla Giunta provinciale, su proposta del vicepresidente e assessore all’ambiente Mario Tonina, ad una bozza di Accordo con il Ministero dell’ambiente in materia di miglioramento della qualità dell’aria nella provincia“.

Certo qualche risorsa arriva ai Comuni e dalle Province o dalla UE, ma sempre risorse ricavate dalle tasse delle famiglie sono. Il “miglioramento della qualità dell’aria”, dunque, deve sempre passare attraverso le spese dei cittadini. E forse varrebbe la pena cominciare a farsi due domande.

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