L’assegno ordinario di invalidità fa parte delle prestazioni economiche dirette ai lavoratori inabili, dipendenti e autonomi, del settore privato.
Per averne diritto è necessario avere almeno 5 anni di contributi e almeno 3 versati entro cinque anni prima l’evento che ha portato all’invalidità.
Inoltre, il lavoratore deve avere una invalidità superiore ai due 2/3, ovvero una capacità lavorativa a meno di un terzo. Inoltre, ricordiamo, che l’assegno ordinario di invalidità non è destinato ai dipendenti pubblici.
Un Lettore chiede: “Buongiorno. È vero che sull’assegno di invalidità il datore di lavoro trattiene una quota? Se sì, come si calcola?”.
È vero, l’assegno ordinario di invalidità prevede che il datore di lavoro trattenga una quota di assegno non cumulabile con lo stipendio.
In pratica, il datore di lavoro trattiene il 50% della differenza fra il trattamento minimo INPS, pari a 525,38 euro per il 2022 e l’assegno percepito. In questo caso però lo stipendio del dipendente deve essere inferiore a 2.062,32 euro lordi al mese, quindi quattro volte di meno dell’importo della pensione minima.
Invece, ai dipendenti che guadagnano quattro volte di più della pensione minima il datore di lavoro trattiene una quota compresa tra il 25 e il 50 per cento rispettivamente se il reddito è tra quattro e cinque volte il minimo oppure sopra cinque volte il minimo.
Però se l’importo resta superiore del trattamento minimo INPS si applica anche la decurtazione del 50%, ovvero la differenza tra l’assegno percepito e il minimo INPS. Comunque, la quota che il datore dovrà trattenere non potrà mai essere superiore all’importo dello stipendio.
Attenzione però, perché spesso si fa confusione tra assegno ordinario di invalidità e pensione di invalidità civile. La differenza la fanno i contributi e, infatti, la pensione di invalidità non richiede il requisito contributivo perché è una prestazione assistenziale.
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